Perché quest’anno il Villarreal ha lottato per non retrocedere

Romanzo breve di una stagione da dimenticare e delle sue radici più profonde

Calleja

Valutare una stagione iniziata con propositi di alta classifica e terminata festeggiando una salvezza non è una cosa molto semplice. Un’analisi approfondita meriterebbe lo spazio di un saggio breve, ma per motivi di opportunità sarebbe meglio cercare di concentrare le idee più importanti in un lungo articolo. Si è tirato in ballo la fragilità strutturale della società dopo gli addii di Marcelino e del direttore generale Antonio Cordón, l’assertività di Javi Calleja con lo spogliatoio e il livellamento della Liga per la nuova redistribuzione dei diritti televisivi. Ma una stagione così travagliata può e dev’essere analizzata solo da un punto di vista tecnico e da uno mentale.

Quando le cose vanno male il colpevole principale è sempre l’allenatore. E stavolta non può fare eccezione. Calleja è un tecnico giovane, molto inesperto, che aveva mostrati difetti di gioco e di gestione delle partite già nella parte finale della scorsa stagione. Alcuni lo hanno definito uno yes-man, un allenatore poco autoritario che dà del tu ai giocatori, ma è un retroscena non verificabile e non necessariamente negativo. Molti allenatori vincenti sono stati tacciati di eccessiva tolleranza senza che i risultati abbiano confermato questa problematicità, vedi Ancelotti o Allegri. Quando esce fuori questo discorso aleggia l’ombra del fantasma Marcelino, sergente di ferro ancora rimpianto nella Plana Baixa.

Il maggior difetto di Javi Calleja è quello di non essere in grado di trasferire allo spogliatoio quel surplus di fiducia e autostima necessarie per competere al meglio delle proprie potenzialità. Il ciclo Marcelino aveva abituato la tifoseria a vedere giocatori di buon livello esprimersi al di sopra delle proprie facoltà, mentre adesso calciatori di grande affidabilità sono parsi completamente spaesati. Gente come Ruiz, Mario Gaspar, Fornals e Gerard Moreno non hanno reso neanche la metà di quello che ci si aspettava. A questi si possono facilmente aggiungere Jaume Costa e Trigueros, anche se in questi casi i guai fisici possono rappresentare un valido alibi.

Ma al di là delle prestazioni individuali quel che ha preoccupato è stato l’atteggiamento mentale dell’intera squadra. La fragilità difensiva di un reparto che, più o meno con gli stessi uomini, è sempre stato il valore aggiunto di questa squadra sia con Marcelino che con Escribá. Per larghi tratti della stagione Funes Mori è sembrato l’ultimo scemo del villaggio, ma nel finale di stagione ha dimostrato di essere uno dei migliori in campo. O si assume che il resto della difesa sia inspiegabilmente e improvvisamente da buttare dopo anni ad alto livello, o si individua nell’allenatore il problema principale. I giocatori sono ingranaggi che possono funzionare bene se incastrati nel modo giusto, a volte possono rompersi ma sono rimpiazzabili. Ma se l’olio dell’allenatore non scorre in ognuno di questi incastri non potranno mai funzionare.

Calleja ha ereditato una squadra che con il contestato Escribá aveva fatto registrare il secondo miglior anno di sempre in quanto a punti in classifica (67, oggi sarebbero valsi la Champions con giornate di anticipo) e il migliore in assoluto in quanto a gol subiti. E la scorsa estate la società ha fatto registrare la campagna estiva più dispendiosa di sempre, spendendo anche nove milioni di euro per un difensore, altro record di reparto. Attenuanti ce ne sono poche. Ci sono allenatori che sanno ricavare il meglio dai propri giocatori, e ce ne sono altri che non sanno farlo.

I calciatori che hanno reso bene con Calleja si sono confermati anche senza di lui: vedi Rodri all’Atlético Madrid o Bakambu in Cina (diciannove gol in ventitré gare nel campionato scorso); ma quelli che negli ultimi tempi hanno sempre fatto bene, con lui sono stati a dir poco altalenanti.  È fastidioso sottolineare che invece Marcelino tirava fuori il meglio da giocatori non eccelsi (vedi Denis Suárez, Chéryshev, i fratelli dos Santos, Uche, Perbet, Vietto, Trigueros). Trasmettere fiducia e tranquillità alla squadra è la cosa più difficile e più proficua che una guida tecnica possa fare. Non è una cosa che si apprende dall’oggi al domani. Ancelotti per anni è stato considerato l’eterno secondo, e magari Calleja un giorno avrà la sufficiente esperienza per modellare un gruppo fino a trasformarlo in una squadra solida e vincente. Ma quel giorno ancora non è arrivato.

E una squadra mentalmente fragile è una squadra che quando le cose girano bene vince per inerzia, anche grazie a una rosa fra le più competitive del campionato. Ma quando per vari motivi entra in una spirale negativa inizia ad affondare. Ed è quello che è successo quest’anno. L’8 dicembre dopo la sconfitta casalinga col Celta era ormai chiaro che si sarebbe dovuto lottare per la salvezza. Il Villarreal era stato invischiato in una spirale negativa, vuoi per qualche infortunio, vuoi per un po’ di sfortuna, può capitare a chiunque. In quel momento il Sottomarino giallo aveva quattordici punti in quindici giornate, ovvero gli stessi dell’Athletic Bilbao che in quel momento era in zona retrocessione e appena quattro meno del Valencia, distante due posizioni sopra.

È stato un momento chiave della stagione perché la dirigenza ha deciso di esonerare un allenatore che sbagliava ogni domenica a leggere le partite. E perché l’Athletic e il Valencia, club simili in una situazione simile, hanno preso altre strade. A Bilbao una settimana prima aveva cacciato Berizzo per prendere Gaizka Garitano, mentre a Valencia hanno dato fiducia a Marcelino. Inutile sottolineare come entrambe abbiano saputo scalare la classifica mentre il Villarreal sia rimasto a rovistare nei bassifondi.

La parentesi Luis García Plaza ha poco da dire. Appena due punti in sei partite, coppe escluse. Forse il Submarino amarillo si sarebbe salvato anche con lui al timone, non lo sapremo mai, ma ha preso la squadra che galleggiava sulla zona retrocessione e l’ha lasciato un mese e mezzo dopo a cinque punti sotto la linea. E da questo momento spiccano i meriti di Calleja. Per la dirigenza è “colui che ha preso la squadra a meno cinque e l’ha salvata con una giornata d’anticipo”. Eppure tutti i problemi che ha risolto sono nati proprio sotto la sua gestione.

Per questo dobbiamo fare un salto temporale e capire dove siano nati i guai di questa stagione. Non si può parlare di calcio senza parlare di quel che accade in campo. Calleja ha iniziato la stagione con una grande carenza tecnica: la cessione di Rodri. Nonostante fosse solo un talento di grandi speranze, il merito di questo regista è stato ben al di sopra di quel che si possa immaginare. Nella stagione 2017/18 Rodri è stato in grado di mimetizzare quello che a livello tecnico e tattico rischiava di essere un buco incolmabile. Nell’estate del 2017 il capitano Bruno Soriano si era sottoposto a un intervento chirurgico da cui non ha più recuperato.

Bruno era l’anima del Villarreal. Non è solo una questione di affetto, la classica storia del ragazzo di provincia che diventa simbolo e bandiera del proprio club. Bruno era il vero leader di questa squadra, giocava al centro del campo, era il punto nevralgico di entrambe le fasi di gioco. Era il giocatore più tecnico della squadra, quello più importante a livello tattico (sia come filtro davanti alla difesa, che come fonte di gioco) e soprattutto il vero trascinatore a livello mentale. Con la sua assenza tutti i poteri racchiusi in un solo supereroe sono stati sparpagliati.

A livello tattico Rodri ha saputo sostituirlo come nessun altro avrebbe potuto fare. Questo ha portato enormi vantaggi a breve termine, ma con la sua cessione ha scoperto un buco al centro del campo che è stato visibile solo a stagione inoltrata. Al suo posto sono arrivati Cáseres e Cazorla. L’argentino ha disputato un egregio girone d’andata, salvo poi perdersi non appena la stagione si è inclinata spaventosamente, mentre Cazorla ha preso ritmo molto lentamente inserendosi negli schemi solo nella seconda parte di stagione, anche grazie a vari aggiustamenti tattici. E comunque nessuno dei due poteva sostituire la fisicità di Rodri.

Di questo problema tattico ne avevo parlato in autunno, quando Calleja aveva costruito una squadra (e un mercato) interamente basato sul rombo, schema che alla lunga è stato definitivamente abbandonato. Per questo Luis García prima ma lo stesso Calleja dopo hanno capito che per difendere meglio era necessario giocare con due centrocampisti centrali, a prescindere dalla difesa a tre o a quattro. E ovviamente l’arrivo di un giocatore come Iborra – fisicamente potente, tecnicamente dotato, e con l’esperienza di un veterano – ha permesso alla squadra di iniziare a girare meglio.

Una volta tappati questi problemi strutturali si è dovuto soltanto lavorare sull’aspetto psicologico. Una rosa costruita per l’Europa non aveva le risorse mentali adeguate per sopportare una estenuante lotta per la salvezza, e questo era chiaro a un po’ tutti quelli che hanno vissuto la retrocessione del 2012. Perciò bisogna dare a Calleja i meriti che gli si devono. Non è tutto da buttare e non è il peggiore allenatore della storia. Lui stesso disse che quei quaranta giorni senza impiego gli sono serviti più di tutti gli anni da allenatore per apprendere e cambiare quel che aveva sbagliato.

Alla fine una rosa piena di giocatori di caratura internazionale ha trovato la forza di reagire, ma ha tremato fino all’ultimo. Quel che ha fatto Calleja non è un miracolo. A livello mentale il suo Villarreal è rimasto di una fragilità indicibile. Quest’anno ha sbloccato il risultato diciassette volte, ma poi ha vinto appena nove di quelle gare (perdendone tre), mentre quando ha subito il primo gol è riuscito a ribaltare l’incontro solo una volta. In casa, contro un Rayo Vallecano sull’orlo dell’abisso, probabilmente nella condizione migliore possibile per vincere una partita.

Nella sua seconda tappa la squadra di Calleja ha avuto un rendimento da posizioni europee, è vero, ma questo non cancella la prima parte da zona retrocessione. Non solo. Analizzando il suo secondo periodo il Villarreal ha fallito spesso. Al suo ritorno la squadra controllava tranquillamente l’Espanyol, salvo farsi recuperare il doppio vantaggio nel giro di sette minuti. È riuscito a farsi rimontare dal doppio vantaggio anche contro Celta e Barcellona, mentre è stato incapace di vincere contro Valladolid e Betis nel loro peggior momento della stagione.

Ancora più emblematici sono state le ultime gare in casa. Contro il Huesca virtualmente già retrocesso non solo il Sottomarino giallo non ha saputo vincere, ma dopo il pareggio degli ospiti ha seriamente rischiato di perdere. Storia simile contro l’Eibar: dopo il gol il Villarreal ha tremato lasciando che gli ospiti, senza più alcun obiettivo di classifica, dominassero e segnassero due gol (poi annullati). Inaccettabile per una squadra con ambizioni europee e che ormai aveva ritrovato una serie di risultati utili in grado di trasmettere fiducia.

Che i problemi del Villarreal siano stati quasi tutti di mentalità (e questa è sempre diretta emanazione del proprio allenatore) lo dimostrano altri fattori. Innanzitutto il rendimento casalingo, il peggiore della storia del club. Da quando si hanno dati disponibili, ovvero dalla stagione 1949/50 quando il Villarreal giocava tra i dilettanti in Segunda Regional, quinto gradino della piramide calcistica di allora, non aveva mai avuto un rendimento così basso in casa. Le sole cinque vittorie interne rappresentano il nuovo record negativo del club in tutte le categorie della piramide calcistica. La media di appena 1,21 punti per gara possono essere peggiorati solo dalla 1998/99, la prima stagione in massima serie, a patto che alla stagione regolare (1,26) vi si aggiunga lo spareggio retrocessione, che farebbe scendere il coefficiente a 1,20.

Giocare meglio in trasferta quando non c’è meno aspettativa e minor pressione del proprio pubblico è un chiaro segnale di mancanza di autostima. Così come aver disputato una campagna europea ben al di sopra di quella nazionale. In Europa il Villarreal ha espugnato campi importanti come quello dello Sporting Lisbona (non aveva mai vinto in Portogallo) o dello Zenit, che aveva all’attivo la più lunga striscia d’imbattibilità interna nella storia della Coppa Uefa/Europa League (ventitré gare senza sconfitta).

Se non è sufficiente si aggiunga il fatto che in media i migliori giocatori sono stati i più giovani. Miguelón, Pedraza, Chukwueze, Morlanes per larghi tratti della stagione hanno soffiato il posto ai più esperti Mario Gaspar, Jaume Costa, Fornals e Bacca. Spesso i più giovani hanno una freschezza mentale che permette loro di giocare senza pressione e con più naturalezza e più volte è sembrato proprio così. Morlanes o Miguelón non sono più forti di Fornals o Mario Gaspar, ma hanno patito meno carico psicologico da dover gestire.

In ventitré delle trentotto giornate il Villarreal di quest’anno ha fatto registrare il peggior apporto di punti di sempre in Liga. Dalla decima alla trentunesima giornata, esclusa la ventottesima, ha avuto meno punti che mai in massima serie. La vera svolta è stato il ventisettesimo turno. Il Sottomarino giallo arrivava da una sola vittoria nelle ultime tredici gare (ne aveva vinte tre nelle prime tredici) e la classifica piangeva. Contro il piccolo Levante il Villarreal si è difeso per novanta minuti, trovando la forza (e la fortuna) di andare a vincere con due gol nei minuti di recupero, in una stagione in cui si sono persi moltissimi punti nei minuti finali.

Anche nei momenti più importanti della stagione il Villarreal non ha vinto di prepotenza, ma sempre di soppiatto. L’unica eccezione è il tre a zero al Siviglia, un successo arrivato poche settimane prima e che ha permesso al Villarreal di non sprofondare come successo al Huesca e al Rayo Vallecano. Lo stesso Calleja dal suo ritorno ha sempre ripetuto in conferenza stampa che si aspettava diciannove finali, diciotto finali, diciassette finali. Ma la sua squadra le pareggiava o le perdeva tutte.

Prima della trasferta col Levante cambia registro: «abbiamo bisogno di tre punti, ma non sono gli ultimi, non bisogna drammatizzare, qualsiasi cosa accada la Liga continua». E lì finalmente arriva una vittoria sofferta che permette al Submarino amarillo di uscire dalla zona retrocessione dopo nove giornate in apnea. Prima di quella gara il Villarreal ne aveva vinte quattro su ventisei (in Europa aveva vinto tanto: quattro su nove), dopo il Levante arriveranno quattro vittorie nelle successive sette (senza contare quella al Ciutat de València). Adesso la società decide di puntare nuovamente su Calleja, ma questa sarà un’altra storia.

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Mi chiamo Mihai Vidroiu, ma per tutti sono semplicemente Michele, sono cresciuto a Roma, sponda giallorossa. Ho inoltre una passione smodata per il Villarreal, di cui credo di poter definirmi il maggior esperto in Italia. Ah, sono anche modesto a volte.

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