Rúben Semedo: «Ho pianto molto, pensavo che non avrei mai più giocato a calcio»

Il difensore del Villarreal, ora al Rio Ave, racconta i suoi cinque mesi in carcere

Rúben Semedo

Nove mesi dopo la sua scarcerazione Rúben Semedo ha parlato pubblicamente per la prima volta dei suoi cinque mesi dietro le sbarre. Sulle pagine del quotidiano portoghese A Bola il difensore di proprietà del Villarreal ha rilasciato un’intervista molto intima sulle sue vicende giudiziarie. Attualmente il giocatore è in prestito al Rio Ave, Primeira Liga lusitana, fino a fine stagione, ma ha un contratto che lo lega al Sottomarino giallo fino al 2021.

(Clicca qui per la ricostruzione dei fatti nel processo giudiziario)

Come hai vissuto quei giorni in carcere?
«All’inizio è stato difficile. Nei primi due mesi sembrava che il tempo non passasse, non arrivavano novità da fuori. Il processo proseguiva sempre uguale. La scelta degli avvocati, fatta con mia madre, non fu la migliore, ma ce ne rendemmo conto soltanto dopo.»

 

 

Come si svolgeva una giornata tipo? Eri solo in cella?
«Ero in cella con un’altra persona. Ho avuto fortuna, lì ci sono molti tipi di persone: alcuni hanno commesso crimini che neanche possiamo immaginare, altri sono più o meno normali all’interno di quella comunità. Ma quello con cui sono capitato non fumava, non aveva vizi che avevano altri reclusi: come droga, restare svegli fino a tardi, o avere cellulari nascosti. Passavamo le sere a giocare a domino. La mattina mi allenavo, a volte giocavo a calcio. Mi sono iscritto nella squadra e mi allenavo anche due volte a settimana. Poi dopo il secondo mese ho iniziato a fare corsi di ballo, scuola, e l’ultimo mese ho lavorato per passare il tempo. Pensavo che sarei rimasto dentro di più.»

E cosa facevi?
«Distribuivo candeggina, carta igienica, scope… Il carcere è diviso in due sezioni: una per la misura cautelare, e un’altra per i condannati. Io mi trovavo nella prima e ho lavorato in quell’ala della prigione.»

Gli altri sapevano chi fossi?
«Si, tutti mi conoscevano per l’impatto sociale e mediatico che ho avuto all’interno del carcere.»

E per questo ti sei sentito protetto?
«Non granché. Lì sei solo, nessuno ha la protezione di nessun altro. Questa diceria che solo per essere conosciuti si è protetti è una bugia. Lì sei uguale a tutti gli altri. C’era un rispetto particolare da parte di alcuni agenti penitenziari, ma tra detenuti no. Mi trattavano come tutti gli altri, a volte anche peggio per essere un calciatore.»

Hai pianto mentre eri recluso?
«Sì, ho pianto molte notti. Non ho mai pianto davanti a nessuno, ma molte notti mi sdraiavo, non riuscivo a dormire e pensavo solo ai miei figli, alla sofferenza della mia famiglia. Ti chiedi se valga davvero la pena rinunciare a passare del tempo con la tua famiglia per trascorrere del tempo con persone che non vogliono il tuo bene e seguire percorsi che non ti porteranno da nessuna parte. Ho sofferto molto e sì, molte notti ho iniziato a piangere.»

Hai mai pensato che non avresti più giocato a calcio?
«Certo. All’inizio no, perché ascoltavo il consiglio degli avvocati e pensavo che in una settimana o due tutto si sarebbe sistemato, ma dopo il secondo mese ho iniziato a capire dov’ero e mi sono reso conto che rischiavo di non giocare mai più a calcio.»

La scorsa estate Rúben Semedo è stato girato in prestito all’Huesca, ma dopo un semestre deludente il club spagnolo ha deciso di rimandarlo a destinazione. Così nel mercato invernale il giocatore ha ottenuto il beneplacit per andare in Portogallo, dove l’ha accolto il Rio Ave. Dal suo arrivo il difensore lusitano si è preso il posto da titolare in mezzo alla difesa e ha collezionato dieci presenze consecutive, annesse da due reti. Adesso il Rio Ave è ottavo in classifica.

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Mi chiamo Mihai Vidroiu, ma per tutti sono semplicemente Michele, sono cresciuto a Roma, sponda giallorossa. Ho inoltre una passione smodata per il Villarreal, di cui credo di poter definirmi il maggior esperto in Italia. Ah, sono anche modesto a volte.

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