Chi è Vicente Iborra, l’eletto di Luis García

Approfondimento sul trentunenne costato dieci milioni di euro al Villarreal

Iborra

Vicente Iborra de la Fuente è un centrocampista polifunzionale di trentuno anni che, dopo aver vinto tre Europa League con il Siviglia, è stato chiamato a rinforzare il Leicester City in Premier League e da allora non ha aspettato altro che una chiamata dalla Spagna. Il Villarreal lo aveva cercato già quest’estate, ma con l’arrivo di Luis García Plaza e i continui problemi fisici di Bruno Soriano e Javi Fuego, il suo nome è schizzato in cima alle priorità. Sborsando circa dieci milioni di euro il Sottomarino giallo si è aggiudicato il suo cartellino per i prossimi quattro anni e mezzo.

Nato a Moncada, una dozzina di chilometri al nord di Valencia, da un manutentore e una bidella il piccolo Vicente inizia a famigliarizzare col pallone all’età di quattro anni. Sperava ardentemente che la barberia di quartiere non dovesse servire nessun cliente perché in quel caso i ragazzi che vi lavoravano preferivano uscire e giocare con lui sul marciapiede. Inteso la sua passione per la sfera di cuoio il papà prova a portarlo al centro sportivo del club cittadino, ma i primi corsi sono per i bimbi di sei anni: è ancora troppo presto per lui.

Così il proprietario dell’erboristeria di fronte a casa sua, il signor Manolo Sales che nel tempo libero allena i bambini ad Alfara del Patriarca, paesino attaccato a Moncada, decide di portarlo nel suo centro. Anche qui vige la solita regola dei sei anni, ma essendo di casa lo inseriscono lo stesso e nelle partite di campionato lo spacciano per qualche assente regolarmente iscritto. Nelle gare importanti l’arbitro chiede un documento che attesti l’età del bambino e così, come quella prima volta contro il Levante, in questi casi Vicente deve rimanere a guardare.

Nell’Alfara spenderà sette anni della sua vita passando da giocare difensore centrale, fino ad alternarsi tra la fascia e il ruolo di punta. Abituato a giocare una categoria superiore alla sua, continuerà a misurarsi con i più grandi fino all’età di undici anni quando un addetto del club Ángel García Villar consiglierà alla famiglia Iborra di portare il ragazzo in un club di livello, perché nella piccola Alfara il bambino è sprecato e sta perdendo tempo.

Così nell’estate del ’99 il papà lo conduce nel C.D. Don Bosco di Valencia, dov’era passato anche Roberto Soldado, di tre anni più grande di Vicente e i cui genitori sono amici di famiglia. Anche a Valencia continua la sua danza di ruoli dalla difesa al centrocampo, passando per la mezza punta. Chi si accorge del suo rendimento è Joaquín García detto Nito, osservatore del Real Madrid, che nel suo curriculum può inserire la scoperta di giocatori del calibro di Chendo, colonna merengue degli anni ’80 e ’90, José Antonio Camacho, Juanfran e lo stesso Soldado.

Vicente Iborra non vuole lasciarsi sfuggire questa opportunità e, consigliato dalla famiglia Soldado, si reca a Madrid per il grande provino. Assieme a lui c’è anche Esteban Granero, ma il trial andrà male: verrà scartato per la sua statura, proprio come accadrà a Rodri nell’Atlético Madrid. Ma il destino sa come beffarsi degli uomini. Se Rodri ha poi raggiunto i 190 centimetri, Iborra schizzò alla stessa altezza a soli diciassette anni, per poi fermarsi a 195 centimetri.

Ma prima della sua crescita improvvisa è il Levante a puntare su di lui. Nel 2003, a quindici anni, a condurlo nel nuovo centro sportivo di Buñol è Salva Suay, che vede in quel giovane attaccante un gran potenziale. Per il ragazzo è un sacrificio e una ricompensa: se per andare ad allenarsi deve prendere il treno per Valencia e poi un altro bus, la società valenziana rappresenta un punto di approdo importante. Con i granotas raggiunge rapidamente la squadra riserve allenata da Raúl Ruiz e a vent’anni ha finalmente la possibilità di debuttare con gli adulti.

Siamo nel 2007/08, il Levante è in torbide acque sia a livello societario che in classifica, e la retrocessione in Segunda División sembra difficile da evitare. A puntare su di lui è Gianni De Biase, in un’epoca in cui il legame tra la società levantina e il Belpaese era molto forte: in rosa figurano Storari, Cirillo e Tommasi. La società aveva appena lasciato andare Riganò e senza un rimpiazzo definito, la promozione di Iborra sembra essere una buona soluzione sottocosto.

Ma la situazione è quasi disperata. Nel giro di poche settimane salterà anche De Biase, i giocatori inizieranno a lamentare forti ritardi nei pagamenti dello stipendio e il giovane Iborra non riuscirà a fare niente di meglio di un gol in tutto il girone di ritorno. Il Levante retrocede ed è costretto a ripartire quasi da zero. Per la panchina viene scelto Luis García Plaza, un tecnico che ha sempre fatto bene nelle serie minori ma che in Segunda División vantava una sola esperienza, terminata anzitempo in zona retrocessione alla guida dell‘Elche.

Sarà l’inizio della ripresa. In una situazione surreale, con a disposizione appena dodici giocatori fino a una decina di giorni dall’inizio del campionato, Luis García costruisce un 4-2-3-1 che sarà alla base del suo ciclo. Aveva già conosciuto Iborra durante un Levante B-Benidorm in cui la sua squadra espugnò la tana dei granotas, ma nel quale Iborra si mise in luce segnando il gol della bandiera. Quando lo schiera come terminale offensivo quel ventenne dimostra di avere un ottimo potenziale: sa difendere la palla e distribuirla bene ai compagni, conosce i tempi di inserimento, ma non è un killer sotto porta.

Così a inizio dicembre Luis García lo prende in disparte e gli dice di volerlo arretrare a centrocampo, dal suo canto Iborra gli risponde di aver già giocato lì nelle categorie inferiori. Si può fare. Il 14 dicembre 2008 contro il Salamanca inizia l’esperimento, ma il suo rendimento non è all’altezza delle aspettative e la squadra affonda per tre a zero. L’allenatore ci riflette su e decide di arretrarlo ancora di più: lo vuole regista davanti alla difesa per poter sfruttare il suo piede e la sua visione di gioco. Stavolta la squadra gira eccome: è il Cordoba a perdere tre a zero, e Iborra non si muoverà più.

Nonostante la delicata situazione societaria, con il club che finisce in amministrazione controllata, non solo il Levante riesce a salvarsi ma chiude l’anno con un inaspettato ottavo posto in classifica. Con l’arrivo del nuovo proprietario Quico Catalán la società può nuovamente tornare a lavorare in tranquillità e pianificare il futuro. L’anno successivo Iborra si consolida come colonna portante della squadra, viene convocato nell’under-21 e la dirigenza gli rinnova il contratto per altri quattro anni.

Pur senza nessun innesto di rilievo la squadra evolve gradualmente e con un girone di ritorno a ritmi forsennati Luis García Plaza trascina la squadra fino a un incredibile terzo posto che significa promozione. Il connubio vincente prosegue anche in massima serie: per il tecnico Iborra è l’anima del suo tipo di calcio e anche in Primera División si conferma su livelli altissimi permettendo alla squadra di salvarsi.

Ma nell’estate del 2011 l’uomo che lo aveva reinventato metronomo di centrocampo lascia per iniziare una nuova avventura al Getafe e al suo posto arriva Juan Ignacio Martínez, detto JIM per le iniziali del suo nome. Dopo un biennio felice alla guida del Cartagena (che due anni prima aveva raggiunto uno storico quinto posto in Segunda División da neo-promossa, ovvero la miglior stagione della sua storia, eguagliando un record fissato nel 1940) si mette alla prova nella massima serie iberica.

Il nuovo allenatore conferma Iborra come leader tecnico del suo progetto e la crescita del centrocampista continua a passi da gigante. Al centro di un gruppo esperto (nove degli undici giocatori titolari sono ultratrentenni e lui è il più giovane) trascina una squadra costruita per salvarsi fino a un sesto posto in classifica che vale la prima qualificazione della storia del Levante per una coppa europea. Trattenerlo sembra sempre più difficile, ma l’inevitabile addio viene rinviato di un’altra stagione quando il Siviglia è disposto a sborsare sei milioni di euro per il suo cartellino.

In Andalusia raggiungerà il suo apogeo in un triennio magico durante il quale Unai Emery troverà l’incastro giusto per condurre il suo Siviglia nell’incredibile impresa di alzare per tre volte consecutive l’Europa League. Pur con moltissime rotazioni (Iborra resterà in panchina per la finalissima di Torino, ma a fine stagione sarà uno degli undici giocatori più utilizzati) diventa un pezzo importante nell’ottica delle tre competizioni e comunque con una concorrenza spietata.

Nell’arco del triennio il Siviglia, anche grazie a un’intelligente politica di cessioni importanti e acquisti a basso costo, avrà modo di schierare un esercito di centrocampisti di talento. E l’unico modo di farli convivere, secondo Emery, è quello di usare un 4-2-3-1 con due mediani di rottura in grado di reggere quattro giocatori dalle spiccate doti offensive. Così il Siviglia può spesso schierare pacchetti offensivi in cui si alternano, come ad esempio l’anno seguente, i vari Banega, Denis Suárez, Vitolo, Deulofeu, Reyes, Iago Aspas, Bacca e Gameiro.

In questa cornice tattica i due mediani di contenimento sono giocatori che, più che distribuire il pallone come sa fare Iborra, si specializzano nel recuperare palloni sporchi come Krychowiak, M’Bia, N’Zonzi o Carriço, che sarebbe un difensore di ruolo ma viene spostato qualche metro più avanti. In un contesto così competitivo Iborra è costretto a trasformarsi per ritagliarsi i suoi spazi. Il 23 ottobre 2014 a Liegi contro lo Standard l’allenatore lo schiera titolare, ma in attacco al fianco di Gameiro. Un ritorno alle origini che non piace quasi a nessuno.

Non è il miglior Iborra, la squadra non va oltre uno sterile pareggio a reti bianche e a fine serata il padre di Unai Emery chiama suo fratello e gli chiede di passarglielo per chiedergli come diavolo gli sia venuto in mente. In conferenza-stampa i giornalisti gli imputano la responsabilità della mancata vittoria, ma il giorno dopo un dirigente del Levante lo chiama personalmente per congratularsi dell’idea. Da quel momento in poi Iborra diverrà un jolly offensivo in grado di inserirsi negli spazi e offrire un’alternativa tattica imprevedibile.

Basta una sola statistica per contestualizzare la scelta di Emery. A un paio di mesi dal suo ventisettesimo compleanno Vicente Iborra aveva segnato appena nove reti in Primera División, ma da gennaio in poi la butterà dentro ben sette volte tra Liga e Europea League. Al Siviglia non sarà mai più il fosforo in cabina di regia, ma il dodicesimo uomo in cambio di cambiare le partite. Nel triennio di Emery non è mai considerato titolare, ma a fine anno col cronometro alla mano entra sempre nell’undici più usato.

Lo stesso calciatore darà i meriti di quella intuizione al suo allenatore. «Entrambi sapevamo cosa potevo offrire in una posizione più avanzata. Lui ha avuto la consapevolezza, il coraggio e qualcosa in più per farlo e lo ha fatto. I numeri sono lì e basta vederli per rendersi conto dei suoi meriti».

Anche nel 2015/16 nella posizione di trequartista centrale è Banega il titolare indiscusso, ma quando l’argentino manca Iborra è spesso il migliore in campo. Con lui in campo non arrivano i soliti filtranti dalla trequarti, lui si sposta dieci metri più avanti per inserirsi, giocare di sponda e attirare i centrali difensivi fuori dall’area per favorire la mobilità della prima punta. Chiuderà l’annata con nove reti all’attivo, record personale, e contribuirà alla terza Europa League in tre anni (entrò negli ultimi minuti sia della seconda che della terza finale).

Anche il suo quarto e ultimo anno con Jorge Sampaoli sarà la prima alternativa ai titolari e diverrà il primo giocatore della storia della Liga a far registrare una tripletta in trasferta da subentrato. Segna ancora una volta otto gol e a fine stagione abbandona il club per la chiamata del Leicester City che lo paga quindici milioni di euro. Sarà la peggior scelta della sua vita. In Inghilterra vedrà quasi solo la panchina e non farà altro che aspettare il primo treno per tornare in Spagna.

Al Villarreal ha soffiato il posto a Santiago Cáseres, che fino ad allora era parso uno dei pochi giocatori in palla di questo Sottomarino giallo. Luis García Plaza voleva riprendere in mano il controllo delle partite e Iborra può garantire, almeno sulla carta, le stesse capacità difensive dell’argentino ma maggiore qualità in fase di costruzione. Quando era al Siviglia fa aveva detto di lui. «E’ maturato moltissimo, è molto umile e ricettivo; adesso è difficile incontrare un giocatore del genere nella sua posizione. Ha un potenziale fisico pazzesco, offre garanzie nel gioco aereo, tatticamente è migliorato molto, è bravo con entrambi i piedi e inoltre quando sale ha un buon tiro e fa gol».

Purtroppo finora non si è visto nulla di tutto ciò e l’assenza di Cáseres lì in mezzo si sta facendo sentire, ma alla lunga potrebbe essere un pezzo importante, soprattutto perché Bruno Soriano e Javi Fuego sembrano lontani dal poter offrire garanzie sulla loro forma fisica. Sicuramente inserirsi in un contesto difficile com’è il Villarreal di oggi non sarebbe stato facile per nessuno, ma col tempo potrà ridare in quella zona del campo i centimetri le qualità perse con l’addio di Rodri.

About Mihai C. Vidroiu 625 Articoli
Mi chiamo Mihai Vidroiu, ma per tutti sono semplicemente Michele, sono cresciuto a Roma, sponda giallorossa. Ho inoltre una passione smodata per il Villarreal, di cui credo di poter definirmi il maggior esperto in Italia. Ah, sono anche modesto a volte.

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