Chi è Luis García Plaza, il nuovo tecnico del Villarreal

Lungo approfondimento sulla carriera da allenatore di Luis García Plaza

Luis Garcia Plaza

Lo 10 dicembre è stato il momento della svolta: il Villarreal ha esonerato Javi Calleja e nel giro di poche ore ha annunciato l’arrivo di Luis García Plaza fino al termine della stagione in corso. Il nuovo tecnico, quarantasei anni appena compiuti, rispecchia a dovere il profilo di allenatore ideale secondo i criteri della famiglia Roig: basso profilo, gavetta nelle serie minori e dedizione al lavoro. Assieme a lui sono arrivati a Vila-real i suoi collaboratori: l’allenatore in seconda Pedro Rostoll (fedele dal lontano 2007), il preparatore fisico Eduardo Domínguez e l’analista Raúl Gallego.

Andiamo perciò a ripercorrere lentamente la sua carriera da allenatore. Tutto inizia a Benidorm, un’ora a mezza da Valencia, dove Luis García Plaza sta chiudendo la sua breve carriera da calciatore. Siamo nel 2000, ha ventisette anni e un grave infortunio al menisco lo convince a pensare al futuro: inizia a studiare per prendere il patentino da allenatore, mentre inizia a seguire i bambini del Colegio Amoros.

Da calciatore non è certo stato un fenomeno: difensore centrale vecchio stampo, entrate ruvide ma corrette. L’apice della sua carriera è stata la Segunda División B, terzo livello del calcio spagnolo, con le maglie dell’Atlético Madrid B prima e per l’appunto del Benidorm in età adulta. Pur essendo nativo di Madrid la Comunidad Valenciana diventa la sua nuova casa: nel piccolo paese costiero di Altea conosce la sua attuale moglie, la sposa e nel giro di pochi anni metteranno al mondo due figli.

Proprio così nel 2001, a patentino ottenuto, è la Unión Deportiva Altea a dargli una possibilità affidandogli la prima squadra, impegnata nella Preferente Regional, in pratica la categoria Eccellenza spagnola. In un biennio conquista prima un ragguardevole secondo posto che però non varrà l’accesso agli spareggi promozione per via della classifica avulsa, e un discreto quinto posto la stagione successiva.

Nel’estate del 2003 arriva la chiamata del Villajoyosa, un club valenziano della Segunda División B, due categorie più in alto. L’impatto del salto di livello non è semplice ma Luis García se la cava bene: dodicesimi il primo anno e sesti il secondo. In questo momento arriva il primo contatto con il Sottomarino giallo: gli viene chiesto di dirigere il Villarreal B in Tercera División, ossia in una categoria più in basso. Molti dei suoi amici gli sconsigliano di fare un passo indietro nella sua carriera, ma lui sa che a Vila-real può imparare molto e decide comunque di rispondere alla chiamata.

Siamo arrivati alla stagione 2005/06. In rosa ci sono giocatori che poi raggiunto la Primera División con il Submarino amarillo: il portiere Juan Carlos, il centrocampista David Fuster, gli attaccanti Xisco Nadal e Jonathan Pereira. Ma Luis García Plaza decide di promuovere dal Villarreal C un talento cristallino, un ragazzo che si chiama Bruno Soriano. È giovane, sta facendo molto bene, ma non sa ancora quale sia il suo ruolo. Nelle serie minori si è alternato un po’ in tutti i ruoli, specialmente quelli offensivi, ma Luis García Plaza lo reinventa regista di centrocampo: questo ruolo non lo lascerà più e diventerà il giocatore più impiegato della storia del Villarreal in massima serie.

Il Villarreal B chiude una stagione pazzesca realizzando cento punti nel gruppo VI della Tercera División: è un primato storico per il MiniSubmarino. Ma come spesso gli accadrà anche in futuro la gioia più grande mancherà per un soffio nei play-off promozione: dopo aver eliminato il Cartegna Promesas, il sogno si infrange contro l’Espanyol B. Nonostante la delusione la sua grande annata non passa inosservata e può riprendere il suo percorso: lo vuole l’Elche in Segunda División A, la Serie B spagnola.

Sarà un’esperienza molto difficile: ancora una volta un salto di due categorie verso l’alto e inoltre in una serie molto complicata. Dopo aver raccolto appena diciannove punti in diciannove stagioni viene esonerato per la prima volta nella sua carriera. Luis García analizzerà con calma cosa non abbia funzionato e trasformerà questa brutta esperienza in oro. È proprio da queste situazioni che si impara di più. Così nell’estate del 2007 lo richiama il Benidorm in Segunda B.

Il club gli affianca come vice Pedro Rostoll, detto “Menoti”: non si separeranno più. Rostoll aveva iniziato il suo rapporto con il Benidorm a nove anni, quando s’iscrisse nella scuola-calcio del club, da lì in poi aveva scalato tutte le categorie fino a diventare parte integrante della prima squadra fino ai suoi ventotto anni. Poi da allenatore aveva ripreso le fila ad allenare i ragazzi che entravano nel settore giovanile come aveva fatto lui da piccolo. Adesso era arrivato il momento di dare il suo contributo in prima squadra.

La stagione sembra più complicata del previsto e a inizio girone di ritorno la squadra se la passa nelle sabbie mobili della zona play-out. Ma un girone di ritorno a ritmi infernali permette alla squadra di risalire posizioni domenica dopo domenica fino ad un insperato quarto posto. Anche stavolta però l’avventura si spegnerà ai play-off, dove il Rayo Vallecano avrà la meglio.

Tutto fa pensare che ci siano le basi per un’altra stagione ricca di speranze, ma il giorno successivo al ritiro estivo arriva una telefonata importante. Dall’altra parte della linea c’è Manolo Salvador, direttore sportivo del Levante, che vorrebbe dargli un’altra possibilità in Segunda División A. I due si incontrano all’hotel Sorolla di Valencia e il dirigente scopre subito le carte in tavola: il Levante sta passando un momento complicato a livello societario, ma per lui sarebbe comunque un salto di categoria.

Luis García ci pensa su, ma alla fine accetta e si porta dietro anche Pedro Rostoll. Una volta arrivato a Valencia la situazione si palesa molto più difficile di quanto non avesse detto Manolo Salvador. «Quando arrivai nello spogliatoio mi dissero “ma sei pazzo? Come ti è venuto in mente di venire qui?”» confesserà lui stesso qualche anno più tardi «però io avevo un sassolino nella scarpa: mi andò male con l’Elche e volevo capire se fossi in grado di allenare in questa categoria».

I giocatori non sono stipendiati da mesi e iniziano a scioperare, anzi man mano che la preparazione estiva va avanti molti abbandonano il club. La situazione è talmente complicata che a soli dieci giorni dall’inizio della stagione Luis García ha a disposizione appena dodici calciatori in rosa. La società rischia il fallimento economico e può ingaggiare solo parametri zero e prestiti. Alla prima di campionato la società riesce per un pelo ad arrivare a quota diciotto: giusti giusti per riempire tutta la panchina.

Ma la squadra risponde alla grande vincendo le prime due di campionato. Luis García Plaza ripiegherà su un 4-2-3-1 che diverrà il suo marchio di fabbrica. A centrocampo consegna le chiavi a un giovane di belle speranze: Vicente Iborra, mentre in attacco ritrova Xisco Nadal, quel giovane che aveva allenato già al Villarreal B (e che da pochi mesi è diventato il nuovo dirigente accompagnatore del Villarreal, avendo sostituito Pascual Donat che ha dovuto ritirarsi per problemi personali).

Intanto il club finisce in amministrazione controllata, ma sul campo Luis García Plaza inizia a fare miracoli: a fine campionato non solo raggiunge una tranquilla salvezza, ma agguanta un incredibile ottavo posto. E con l’acquisizione della società da parte di Quico Catalán si può pianificare una stagione molto più serena.

Nel 2009/10 arriva la sua più grande gioia sportiva della carriera. Dopo un girone d’andata a metà classifica con trenta punti, nella seconda metà di stagione il Levante diventa la squadra più spettacolare della categoria: conquista quarantuno punti nel girone di ritorno e la promozione in Primera División. È un trionfo inaspettato che sa di miracolo, anche perché la spina dorsale della squadra è quella dell’anno precedente.

Qual è il suo segreto? «Sono molto esigente sulla forma fisica, mi verrebbe da dire quasi ossessivo su questo aspetto» rivelò il tecnico madrileno ai tempi del Levante «I miei giocatori tutti i giorni passano per la bilancia, sono esigente col riposo, con le uscite notturne prima della gara». Intransigenza e spirito di gruppo. «A chi non lo rispetta viene applicato alla lettera il regolamento interno che è stato scritto e accettato a inizio del campionato».

E di certo aver superato a testa alta una stagione difficile come quella precedente ha rinsaldato la forza dello spogliatoio e la fiducia in un allenatore che sa il fatto suo. Nell’anno del suo centenario il Levante torna in massima categoria e il suo tecnico vince il trofeo Miguel Muñoz come miglior allenatore della Segunda División. Un’annata magnifica che si corona con i servigi dell’agenzia sportiva gestita dai fratelli Toldrá, la stessa che gestisce calciatori quali Soldado, Juanfran o ai giorni nostri Fornals e Jaume Costa.

Nel 2010/11 debutta come allenatore più giovane della Liga: ha trentotto anni e qualche mese meno di Pochettino, che invece allena l’Espanyol. L’impatto con la Primera División non è semplice: dopo venti giornate il Levante ha raccolto appena quindici punti ed è il fanalino di coda della categoria, ma la dirigenza non perde fiducia. La squadra carbura pian piano e Felipe Caicedo risolleva la squadra a suon di gol: a fine anno saranno tredici reti per l’attuale punta della Lazio, che non tornerà mai più in doppia cifra in carriera.

Il Levante si salva all’ultima giornata ma con un margine abbastanza tranquillo. A novanta minuti dal termine i valenziani si trovavano con tre punti e sei squadre dalla zona retrocessione. E in quella che fu l’ultima giornata più appassionante degli ultimi tempi in zona retrocessione bastò un pareggio per assicurarsi definitivamente la salvezza. Così a fine stagione si trasferisce per la prima volta al di fuori della Comunidad Valenciana, per tornare nella sua Madrid.

Lo chiama il Getafe che gli propone un progetto solido per il triennio successivo. Anche stavolta la squadra parte al rallentatore: è ultimo in classifica dopo dieci giornate. Ma anche stavolta appena ritrovata la quadratura del cerchio la squadra riscala posizioni su posizioni. Tra l’undicesima e la trentacinquesima giornata il Getafe è la terza squadra per punti conquistati dopo Real Madrid e Barcellona.

Tra gli scalpi memorabili vi sono le vittorie casalinghe contro Barcellona, Atlético Madrid e un roboante cinque a uno al Siviglia. Oltre alla vittoria al Madrigal contro un Villarreal destinato a retrocedere. In un contesto in cui le stelle della rosa si chiamano Miku, Diego Castro o Lacen il 4-2-3-1 di Luis García Plaza vale un’altra tranquilla salvezza: undicesimo posto in classifica.

La stagione seguente è analoga: senza il capo-cannoniere Miku vengono promossi Colunga e Lafita, mentre trova sempre più spazio un giovane Pablo Sarabia. Non si può certo parlare di nomi di primo piano, forse neanche di secondo, eppure Luis García trova la giusta alchimia per ripetere l’impresa della stagione precedente: con gli stessi punti stavolta arriva decimo in classifica.

Il terzo e ultimo anno al Getafe è il più strano. La squadra incappa in una lunghissima striscia di dodici partite senza vittorie che porta la dirigenza a dover cacciare il tecnico a inizio marzo. Grazie a un buon girone d’andata la squadra si trovava ancora fuori dalla zona retrocessione, ma la società preferisce cambiare aria e Luis García si becca il suo secondo esonero in carriera. La sua avventura in Spagna è conclusa.

Nell’estate del 2014 arrivano le sirene degli sceicchi: il Baniyas lo vuole nel campionato emiratino, dove arriverà ottavo (su quattordici) con una formazione composta solo da giocatori locali e un attaccante svedese, figlio di palestinesi, di nome Imad Khalili. È molto difficile emergere quando gli altri possono invece permettersi giocatori di livello internazionale come Asamoah Gyan, Mirko Vučinić, Nilmar, Manuel Lanzini, Hugo Viana o Miroslav Stoch.

La stagione seguente al dirigenza gli porta finalmente un giocatore di caratura internazionale: è Joaquín Larrivey, ve lo ricordate al Cagliari? No? Beh, questo passa al convento. A fine stagione toccherà quota quindici gol in campionato, comunque meno del suo connazionale Sebastián Tagliabué o dell’emiratino Ali Mabkhout. Ma Luis García non arriverà fino in fondo: a cinque giornate dalla fine viene esonerato con la squadra sempre ottava (ma chiuderà nona).

Ha capito una cosa: vuole tornare in Spagna, dove conosce la lingua e può far crescere più serenamente i suoi figli. Ma non arriva nessuna chiamata importante e si prende un anno e mezzo di pausa. Ricaricate le energie mentali nell’estate del 2017 accetta l’offerta del Beijing Renhe, League One cinese, cioè la Serie B locale. Ma qui la stagione è solare, il che significa che arriva a metà campionato, con la squadra che si era infognata in una serie di pareggi preoccupanti.

Luis García fa quello che ha sempre fatto: affida la squadra a un centrocampista di qualità, stavolta è il brasiliano Ivo Da Rosa, e sfrutta al massimo gli altri due stranieri, cioè l’ala nigeriana Masika e la punta ecuadoregna Jaime Ayoví. Dopo aver preso in mano il Beijing Renhe la squadra totalizzerà il maggior numero di punti in campionato conquistando la promozione in Super League con qualche giornata di anticipo. Alla fine sarà secondo con dodici punti di vantaggio sulla terza.

E nella Super League cinese Luis García ha saputo fare anche meglio. Da neo-promosso il Beijing Renhe ha chiuso con un soddisfacente ottavo posto su sedici anche grazie a una serie di vittorie importanti. Un due a zero al Guangzhou Evergrande di Fabio Cannavaro, i campioni in carica per sette anni consecutivi, e addirittura un tre a zero nel derby contro il Beijing Guoan di Cédric Bakambu, che arrivava da una striscia di diciassette partite consecutive senza sconfitta e il primo posto in classifica.

Desideroso di tornare in patria adesso Luis García Plaza è pronto e maturato per tornare in Primera División e contribuire alla causa del Sottomarino giallo. Con lui lo storico secondo Pedro Rostoll, ma anche il preparatore fisico Eduardo Domínguez: nel suo curriculum figurano Celta, Espanyol, Real Sociedad, Deportivo La Coruña, Mallorca e Spartak Mosca, dove fu chiamato da Unai Emery ma vi rimase anche dopo il suo addio per un totale di due anni e mezzo.

Forse Luis García è l’uomo giusto per salvare la stagione. Un tecnico di esperienza, abituato a sgobbare nei bassifondi e che può vantare una fedina pulita in tema di retrocessioni nonostante abbia allenato in tutte e cinque le principali categorie del calcio spagnolo da quasi un ventennio.

About Mihai C. Vidroiu 633 Articoli
Mi chiamo Mihai Vidroiu, ma per tutti sono semplicemente Michele, sono cresciuto a Roma, sponda giallorossa. Ho inoltre una passione smodata per il Villarreal, di cui credo di poter definirmi il maggior esperto in Italia. Ah, sono anche modesto a volte.

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