Chi è Miguel Layún, el palito de pan

Il calciatore più duttile di sempre: tra l'altro ha segnato un poker e due doppiette

Layun

Miguel Layún ne ha passate veramente tante: nella sua carriera ha giocato in qualsiasi posizione dalla difesa al centrocampo, è stato vittima di uno degli atti di bullismo calcistico con maggior ripercussione che si siano mai visti, ha pestato i campi dei maggiori campionati europei e intercontinentali, eppure in molti non lo conoscono al di fuori delle sue apparizioni in Coppa del Mondo. Non è uno di quei ragazzi nati per giocare a calcio, tanto che dovette promettere ai genitori che se non fosse riuscito a debuttare tra professionista entro i vent’anni si sarebbe iscritto all’Università per studiare architettura. Ogni volta che si è trovato di fronte un ostacolo ha dovuto rimboccarsi le maniche e cavarsela da sola, senza mai eludere le proprie responsabilità, come dopo quel 7-0 con cui il Cile eliminò il suo Messico dalla Copa América Centenario: «noi come calciatori abbiamo sbagliato, dobbiamo imparare la lezione e ripartire» disse poche settimane più tardi quella cocente sconfitta.

A dire il vero non era nemmeno sicuro di intraprendere la carriera calcistica: da piccolo gli piaceva giocare a calcio quanto a baseball, dove si destreggiava come lanciatore. D’altronde a queste latitudini il baseball è considerato il terzo sport nazionale, secondo un’inchiesta di sette anni fa viene subito dopo il calcio e il pugilato. Ma grazie alla passione di uno zio, appassionato di calcio, ottiene un provino nel settore giovanile del Cruz Azul e, dopo averlo superato, propende definitivamente per il rettangolo verde. Purtroppo nella capitale le cose non andranno benissimo e il primo presagio di sfiga nera si abbatterà su di lui: durante un allenamento si rompe il legamento crociato e il menisco a soli sedici anni. Così è costretto a tornare a Córdoba, nello stato di Veracruz, sua città natale, per cercare di recuperare dal grave infortunio. Ci vorranno ben nove mesi per tornare a calciare il pallone, ma un preparatore fisico di sua conoscenza riesce a metterlo in contatto con il Querétaro per un altro provino, così Miguel Arturo Layún Prado prepara di nuovo le valigie e ci riprova di nuovo.

Nel 2006/07 viene aggregato ai Gallos Calientes di Tijuana per uno strano caso burocratico. A inizio anno la FMF, la Federcalcio messicana, stabilisce che tutte le squadre di massima serie hanno diritto a una formazione affiliata in seconda divisione, così alcuni imprenditori di Tijuana sfruttano questa situazione per noleggiare la seconda squadra del Querétaro e accaparrarsi il diritto di riscatto sul titolo sportivo a fine anno, per poter poi fondare una nuova squadra di Tijuana. In questa stagione di transizione la franchigia viene rinominata Gallos Calientes e trascorre buona parte dell’estate a cercare uno stadio in cui giocare. Layún esordirà in Primera División A (nonostante il nome si tratta della Serie B messicana) nel torneo di Apertura 2006 disputando tre spezzoni di gara tra metà ottobre e inizio novembre, ma nella finestra di mercato invernale sfrutterà l’opportunità per tornare a casa: si accasa presso i Tiburones Rojos di Veracruz. Durante il Clausura 2007 esordirà in massima serie nel finale dell’ultima giornata della stagione regolare. Per vederlo stabilmente in rosa bisognerà aspettare almeno un anno, durante il quale le cose si mettono molto male per gli squali di Veracruz. Nonostante il subentro di Miguel Herrera i Tiburones Rojos non riescono ad evitare la retrocessione, la quarta della loro storia, ma per Layún è l’inizio della sua ascesa. In seconda divisione si conquista il posto da titolare giocando su entrambe le fasce della difesa, ottiene il rinnovo del contratto e il soprannome di «palito de pan», cioè grissino, per il suo fisico smilzo.

Nell’estate del 2009 raggiunge il primo bivio della sua carriera. Il suo agente gli dipinge due possibili sviluppi: trasferirsi in una grande per poter ambire al titolo nazionale oppure tentare un trial in Italia, senza garanzie di contratto, giocarsi le sue chance ma rischiare di rimanere fermo per sei mesi. Miguel Layún non ha dubbi: vuole tentare l’approdo in Europa. Pochi mesi prima i mediatori italiani Salvatore Fiore e Peppino Tirri avevano portato un dvd nella sede dell’Atalanta per mostrare le qualità di questo giovane messicano e i dirigenti bergamaschi erano rimasti piacevolmente incuriositi. Dopo averlo fatto eseguire da un osservatore avevano deciso di dargli un’opportunità: avrebbe dovuto prender parte al ritiro estivo per essere visionato in prima persona dal nuovo allenatore Angelo Gregucci, oggi assistente di Roberto Mancini nella nazionale italiana. Dopo un mese di prova Layún supera il test e si guadagna un quadriennale. Ma la sua avventura europea non andrà come si aspettava. Subito dopo la firma del contratto si rende conto che la Serie A non ha niente a che vedere col suo Messico: «in Italia l’allenamento è molto più duro ed intenso, sia a livello tattico che fisico». Gregucci inizia il campionato malissimo e viene cacciato dopo una goleada a Bari, al suo posto arriva un giovanissimo Antonio Conte, che aveva promosso l’Atalanta l’anno prima e che perciò punta sugli uomini che conosce meglio. Layún, che con Gregucci si era alternato tra tribuna e panchina, entrerà in campo appena due volte nel girone d’andata, totalizzando poco più di mezz’ora complessiva. Nove minuti contro il Chievo e altri ventitré nella disfatta di Cagliari: quando entra in campo la squadra di Allegri sta già vincendo tre a zero, Layún non potrà fare granché, la partita finirà con questo risultato e lui non verrà mai più convocato.

A gennaio riprende la strada di casa: ci pensa il Club América a riportarlo in Messico, l’avallo è dell’allenatore Jesús Ramírez, il commissario tecnico che nel 2005 condusse l’under-17 messicana sul tetto del mondo. Il suo inserimento in squadra è col contagocce, ma a fine stagione l’Atalanta retrocede in Serie B e lui si ritrova libero di firmare per qualsiasi club. L’América lo mette sotto contratto e qui trascorrerà la sua parentesi più difficile della sua carriera, forse anche complice l’addio di Jesús Ramírez nell’estate del 2010. Se sul piano personale conosce Ana Laura Galván, che sposerà meno di due anni prima e da cui avrà un figlio, sul piano professionale inizia una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tutto inizia in una gara di campionato durante la quale viene sostituito al termine di una prestazione pessima; dalle tribune un tifoso gli urla «è tutta colpa tua, porti sfiga!». Layún si volta, lo fissa, ma non gli da pesa e si siede in panchina. Da lì in poi i social network si riempiono di insulti al povero Layún che viene identificato dalla tifoseria delle Águilas come capro espiatorio. La campagna denigratoria assume proporzioni talmente grandi da far assurgere l’hashtag #TodaCulpaDeLayún su Twitter come trending topic stabile. In campo le sue prestazioni peggiorano con una relazione direttamente proporzionale alle pressioni mediatiche: sbaglia controlli facili e crossa direttamente in curva. L’apice lo raggiunge quando si vede costretto a rivolgersi a uno psicologo per la paura di essere aggredito per strada dai tifosi più scalmanati.

Ma col passare dei mesi inizia a metabolizzare la situazione e a capovolgerla a sua favore. Nello spogliatoio inizia a condividere i tweet più stravaganti con i suoi compagni per esorcizzare i suoi disagi, e ogni volta che li legge a voce alta tutti si piegano in due dalle risate. Particolarmente significativo del suo atteggiamento è un tweet dell’agosto 2011 nel quale scrive: «Ho bucato una ruota! #TuttaColpaMia». Addirittura due anni dopo arriverà a registrare il marchio TodaCulpaDeLayún e aprirà dei negozi con il suo brand, ormai l’ondata di bullismo è quasi svanita. Arriva anche la sua rivincita personale quando ritrova Miguel Herrera, ingaggiato dall’América per tornare a vincere un trofeo. E durante il torneo di Clausura 2013 raggiunge la finale-scudetto contro il Cruz Azul, il cui ritorno diverrà la partita più vista della storia del campionato messicano con uno share del 41%. Il Cruz Azul si aggiudica l’andata per uno a zero, e allo stadio Azteca chiude il primo tempo in vantaggio; ma non esistendo la regola dei gol in trasferta ai padroni di casa servono solo due gol per protrarre la sfida ai supplementari. Soltanto che l’América è costretto a giocare con un uomo in meno dal quattordicesimo, comunque le reti arriveranno ma soltanto all’ultimo: pareggio all’89’ e raddoppio al terzo minuto di recupero. È una delle finali più avvincenti di sempre.

La gara si protrae fino ai tiri di rigore, il Cruz Azul sbaglia i primi due tiri e Miguel Layún si ritrova a dover calciare il rigore varrebbe il trionfo. La pioggia incessante ha quasi completamente cancellato il dischetto, lui prende la rincorsa e sul dischetto scivola. Ma la palla finisce comunque in rete. Il suo rigore vale un titolo che mancava da otto lunghi anni (la seconda striscia di digiuno più lunga di sempre dal primo successo dell’América nel lontano ’66). Il Cruz Azul resta a secco ancora una volta: è la nona finale persa, l’unica vinta negli ultimi trentatré anni è datata ’97. Per Miguel Layún è la rivalsa di chi ha continuato a lavorare duro anche nei momenti peggiori. Così si conquista anche convocazione in nazionale da parte di José Manuel de la Torre che se lo porta per la Copa de Oro 2013, il corrispettivo della Copa América della zona Concacaf. Il Messico esce in semifinale, ma la sua relazione con El Tri non si interromperà più. L’anno successivo, con Miguel Herrera chiamato ad allenare la selezione messicana, trova addirittura una doppietta contro l’Israele e la sua partecipazione ai Mondiali in Sudafrica è scontata. Nel mondiale africano, dove ci sono anche Giovani dos Santos e Javier Aquino, entrambi del Villarreal, non salta nemmeno un minuto delle quattro gare disputate dal Messico. Purtroppo l’avventura si interrompe agli ottavi di finale contro l’Olanda che la spunta ai supplementari, ma lui è ormai uno degli uomini cardini di questa selezione che ai gironi pareggia contro il Brasile e asfalta una Croazia che può già contare sui vari Modrić, Rakitić e Mandžukić.

In autunno si conferma con il suo Club América di cui è diventato capitano. Il 26 settembre 2014 la partita più devastante della sua carriera: gioca a centrocampo e segna tutti e quattro i gol al Santos Laguna. A fine anno alza il suo secondo titolo nazionale, stavolta da protagonista assoluto, e l’Europa non può più permettersi di ignorarlo. A gennaio la famiglia Pozzo lo porta al Watford, in Championship, lui si alterna tra terzino e centrocampista sulla fascia sinistra e dopo pochi mesi gli Hornets celebrano la promozione in Premier League. Ad agosto è il Porto a metterse gli occhi sul messicano: prestito oneroso per 500mila euro e diritto di riscatto a sei milioni di euro. In Portogallo, a ventisette anni, Miguel Layún disputerà probabilmente la sua miglior stagione della carriera: sotto la guida di Julen Lopetegui mette a segno cinque gol e sedici assist stagionali, convincendo il club lusitano ad esercitare il diritto di riscatto.

Poi nel gennaio scorso l’approdo nella Liga spagnola. Il Siviglia lo prende in prestito gratuito con la possibilità di riscattarlo alla stessa cifra a cui lo aveva pagato il Porto. Dal suo arrivo prende parte a tutte le gare di campionato del Siviglia, tranne a quella contro il Villarreal, e quasi sempre da titolare come terzino destro: ha inoltre messo a segno due reti, contro il Leganés e nella vittoria contro il Real Madrid che ha certificato il posto europeo. In nazionale si è reso protagonista di un’altra doppietta nell’amichevole di marzo contro l’Islanda, mentre durante i Mondiali è stato schierato come ala destra titolare, confermando la sua incredibile versatilità tattica. È curioso notare che quando il giornalista di ESPN David Faitelson gli abbia chiesto quale sia il suo ruolo preferito abbai risposto: «in campo!». Il Villarreal ha speso quattro milioni di euro per le sue prestazioni: proprio come Antonio Rukavina sarà il terzino destro di riserva, ma potrebbe diventare la prima alternativa anche a sinistra nel caso in cui Adrián Marín non dovesse riuscire a conquistare la fiducia di Javi Calleja. La sua esperienza e il suo carattere sono una garanzia: a trent’anni ha ormai la maturità per offrire un rendimento medio di indiscusso valore.

About Mihai C. Vidroiu 479 Articoli
Mi chiamo Mihai Vidroiu, ma per tutti sono semplicemente Michele, sono cresciuto a Roma, sponda giallorossa. Ho inoltre una passione smodata per il Villarreal, di cui credo di poter definirmi il maggior esperto in Italia. Ah, sono anche modesto a volte.

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