Chi é Javier Fuego Martínez

Il Benjamin Button del calcio spagnolo: allevato da Marcelino, Preciado e Jèmez

Javi Fuego

Arrivato per sostituire Bruno Soriano, ancora in infermeria a tempo indeterminato, Javi Fuego Martínez è il prototipo di calciatore esperto in grado di garantire costanza e affidamento dall’alto dei suoi trentaquattro anni. Si tratta di un mediano vecchio stampo, la cui specialità è recuperare palloni davanti alla difesa, ma che col passare degli anni ha imparato a trattare la palla per far uscire la squadra dalla pressione degli avversari. Nell’arco della sua carriera non si è mai distinto per qualità o eccessi, il suo punto di forza è il temperamento: impegno, costanza e forza di volontà. Grazie a queste virtù si è ritagliato un posto da titolare in tutte le squadre in cui ha giocato dal 2004/05 in poi, ovvero dalla sua prima stagione intera con un contratto da professionista. Insomma un esempio di caparbietà e perseveranza malgrado doti tecniche al di sotto della media che lo hanno accompagnato durante una carriera longeva, travagliata da retrocessioni, promozioni e qualche piccola soddisfazione.

Figlio di insegnanti scolastici, Javier è nato e cresciuto a Pola de Siero, paesino di circa diecimila abitanti nel bel mezzo delle Asturie. Non può essere un caso se nello stesso paese, a distanza di pochi anni, è venuto fuori un altro campione di umiltà come Javi Venta, storico terzino destro dell’epoca d’oro del Villarreal di Manuel Pellegrini. Entrambi ragazzi normali, dalle potenzialità limitate, che grazie alla dedizione e al duro lavoro hanno saputo imporsi col tempo a dispetto delle critiche. Fuego inizia nella scuola-calcio del Romanón, il club del suo paese, ma a nove anni ha già la possibilità di entrare nel prestigioso «Mareo», il settore giovanile dello Sporting Gijón, la sua squadra del cuore, distante una ventina di chilometri. Qui, a partire dal suo primo allenatore Sandalio, inizia a trovare un ruolo in mezzo al campo e crescere come calciatore. Col passare del tempo arriverà anche la prima soddisfazione con la squadra Cadete, ossia gli under-16, con la quale si laurea campione nazionale.

La sua applicazione al lavoro gli permette di emergere nella cantera sportinguista, tanto che a diciotto anni arriverà l’atteso e insperato debutto in prima squadra. Siamo al 4 maggio 2002 e lo Sporting Gijón B se la sta passando male, perciò Pepe Acebal, tecnico della prima squadra, decide di attingere al Juvenil, ossia i ragazzi della Primavera, per una delle ultime partite di campionato. A cinque giornate dal termine lo Sporting Gijón dista otto punti dalla zona promozione e dovrebbe scavalcare quattro squadre per raggiungere l’ultimo posto valido per la promozione in massima serie. Javi Fuego viene convocato con i grandi, ma sulla decisione finale dev’esserci lo zampino di Pole, l’allenatore in seconda, che qualche anno prima era il tecnico di quel Cadete che aveva battuto tutti e ben conosceva quel mediano. In ritiro con la squadra ha il primo vero contatto con loro: condivide la stanza col capitano Isma López, scherza con Lozano, il giocatore tatticamente più simile a lui, ma soprattutto viene aiutato da David Villa, un ragazzo poco più grande di lui che ha fatto il salto tra i grandi l’estate precedente. Alla sua prima vera stagione el Guaje sta segnando montagne di gol e nel giro di qualche anno farà il salto definitivo tra i grandi attaccanti del calcio spagnolo. Sarà proprio lui a lasciargli il posto in campo sabato pomeriggio: a un minuto dal termine Acebal leva Villa e mette Fuego, che toccherà solo un pallone ma festeggerà con i suoi colleghi la vittoria al Butarque di Leganés.

Comunque in estate viene promosso alla squadra B, allenata da Marcelino García Toral, che sarà uno degli allenatori più importanti della sua carriera. Alla sua stagione d’esordio Marcelino non era riuscito a evitare la retrocessione dello Sporting B in Tercera División, la quarta serie del calcio spagnolo, e con Javi Fuego in mezzo al campo non riesce a riguadagnare la categoria: la squadra arriverà ai play-off senza riuscire a qualificarsi. L’anno successivo il club promuove comunque Marcelino alla prima squadra per la spettacolarità del suo gioco, ma forse sopratutto per i gravi guai finanziari che impediscono alla società di metter mano al portafoglio. Fuego si conferma titolare e anche a causa dell’incapacità della società di poter spendere sul mercato, viene promosso in prima squadra nell’inverno del 2004, quando firma il suo primo contratto da professionista: un quinquennale con una clausola risolutiva di diciotto milioni di euro. Qua ritrova Marcelino e inizia ad accumulare minuti in Segunda División.

Ma dalla stagione successiva, a soli vent’anni, può essere già considerato titolare: Marcelino crede in lui, gli insegna le basi e lo trasforma in un calciatore. Tanto che a fine anno prenderà parte alla spedizione per i Giochi del Mediterraneo, una rassegna sportiva multidisciplinare che coinvolge solo l’Europa del Sud e il Maghreb. Per gli amanti degli aneddoti, in questa edizione, la Spagna eliminerà l’Italia ai quarti di finale in una delle partite più pazze mai viste: l’incontro venne sospeso a pochi minuti dal termine in seguito alla nona espulsione, ovvero la sesta a carico degli azzurri contro le tre comminate agli iberici. Il gol del due a uno per la Spagna nacque durante un’azione di gioco in cui l’Italia, già in nove uomini, allentò i ritmi per veder soccorso Vantaggiato, che era rimasto a terra in seguito a uno scontro di gioco. Nè gli spagnoli né l’arbitro si fermarono e la rete del vantaggio, siglata a dieci minuti dal termine portò ad altre tre espulsioni per gli italiani, due in campo e una in panchina, e a una per gli iberici. Pochi minuti dopo, l’ennesimo cartellino rosso diretto agli azzurri (nella lista dei cattivi figurava anche un giovane Belotti), portò alla squalifica della nazionale, mentre la Spagna avrebbe poi vinto agevolmente la competizione.

Intanto nel suo Sporting Gijón diventa uno dei punti fermi in mezzo al campo, anche con l’arrivo di Manolo Preciado, un tecnico che più di ogni altro ha fatto la storia recente dello Sporting. Noto per i suoi metodi d’allenamento particolarmente intensi porterà la squadra in massima serie e anche tra i grandi farà faville: tra le altre cose espugnerà il Bernabéu interrompendo la serie di imbattibilità interna di Mourinho che durava da nove anni e centocinquanta gare. (Tra l’altro Manuel Preciado fu il tecnico incaricato dal Villarreal di riportare la squadra in Primera dopo la retrocessione del 2012, ma venne a mancare il giorno che firmò il contratto, il 6 giugno) Fuego non farà in tempo a vedere tutto ciò perché ogni estate il club deve provare a trattenerlo dalle offerte che giungono dalla massima categoria. L’anno dell’addio è il 2007. Il Levante avanza un’offerta che non viene ritenuta congrua, ma il giorno stesso il padre di Javi Fuego chiede udienza al d.s. Manuel Vega-Arango per lasciare andare il ragazzo, così lo Sporting propone una controfferta al club levantino e l’affare si chiude: 853mila euro più il 20% sulla prossima cessione. Al Ciutat de Valencia incrocerà molti italiani: Storari, Cirillo, Tommasi e Riganò. Ma l’inizio di campionato è terrificante: un misero punto nelle prime dieci giornate è il secondo peggior avvio in Primera División di sempre (il record spetta allo Sporting Gijón ‘97/98 che poi chiuderà la classifica con tredici punti). La società cercherà di rimediare ingaggiando all’ottava giornata un altro italiano: il tecnico De Biasi, che cambierà volto alla squadra puntando anche su Javi Fuego in mezzo al campo, ma il ritardo era troppo ampio. Il Levante chiuderà ultimo e il grande sogno di giocare in massima serie si spegne con la tremenda retrocessione.

Comunque la consueta svendita dei pezzi pregiati permette a Fuego di cambiare casacca e rimanere in Primera: è il Recreativo Huelva ad aggiudicarsi il suo cartellino per soli 140mila euro. Qui incontra due ex del Villarreal: Quique Álvarez, attuale vice di Calleja, e César Arzo, canterano nativo di Vila-real che arrivò a disputare la Champions League. Ma anche in Andalusia le cose andranno male e Fuego collezionerà un’altra delusione: la seconda retrocessione su due tentativi. Così a fine anno deve ricominciare daccapo, e stavolta dalla Segunda División. Passa al Rayo Vallecano e sarà una delle migliori scelte della sua carriera, qui si consacrerà come simbolo di tenacia e dedizione. Non che le cose vadano rose e fiori, la sua permanenza in cadetteria si allungherà più del previsto, ma non per demeriti suoi. La tifoseria si innamorerà definitivamente dei suoi modi l’estate successiva, quando in seguito a un’operazione per un’ernia accetterà una riduzione del salario. Ma la società se la passa malissimo. La famiglia Ruiz-Mateos, proprietari del club, sono travolti dalla crisi economica: non pagano più gli stipendi e vendono le proprie azioni a stagione in corso. Di rimbalzo però la squadra corre come un treno. La guida tecnica è affidata a José Ramón Sandoval, che la stagione precedente ha portato la squadra B alla sua prima storica promozione in Segunda B, e nonostante le mensilità continuino a tardare o ad arrivare parziali il Rayo conquista la promozione.

A Vallecas Javi Fuego può finalmente esprimere tutto il suo potenziale. Per capire la sua importanza basti pensare che nella finestra di mercato invernale precedente alla promozione il Club Brugge, squadra coinvolta in Europa League e nella lotta al titolo in Belgio, aveva tentato in tutti i modi di strapparlo, tanto che il d.g. Vincent Mannaert volò più volte in Spagna per chiudere un affare che poi saltò per volontà del giocatore. Ormai non è solo il faro del centrocampo ma uno de capitani della squadra: sa giocare indifferentemente davanti alla difesa a tre o a quattro, dà i tempi alla squadra e imposta la manovra. E con l’arrivo di Paco Jémez le sue qualità diventano evidenti a chiunque: il tecnico canario porterà il Rayo alla sua miglior stagione di sempre sia per punti che per classifica con un incredibile ottavo posto in Liga. Javi Fuego, nemmeno a dirlo, è uno dei segreti di questo successo. E a ventinove anni, sulla falsariga di quanto succedeva a Benjamin Button che col passare degli anni ringiovaniva, si guadagna il grande salto nel Valencia. Adesso ha la maturità e l’esperienza per giocarsela con i più forti. Nonostante la concorrenza di Parejo, Banega, Guardado e Canales sarà ancora lui a calcare il terreno. I tifosi del Villarreal se lo ricorderanno bene quando quel 23 marzo 2014 una sua doppietta piegò il Sottomarino giallo di Marcelino per due a uno, e pensare che non segnava da cinque anni.

L’anno successivo arriva Nuno Espírito Santo, l’allenatore portoghese che trascinerà il Valencia fino al quarto posto. Con lui dal Portogallo arriva la coppia di centrocampisti centrali del Benfica: Enzo Pérez e André Gomes, entrambi strappati alle aquile dopo la finale di Europa League per la quale il Benfica infranse il sogno della Juventus di giocarsi la coppa a Torino. I due campioncini sono costati quarantacinque milioni di euro, ma non c’è problema: sarà ancora una volta Javi Fuego a giocare da titolare, garantendo prestazioni di altissimo livello. Al Mestalla la tifoseria lo associa all’idolo di casa David Albelda per stile di gioco e intelligenza tattica. Nel triennio valenziano farà coppia fisso al fianco del capitano Dani Parejo per poi andarsene all’Espanyol per un paio di milioni di euro (e nonostante l’età alcuni fedelissimi valenziani continuano a rimpiangerlo). Non c’è nemmeno bisogno di dirlo: a Barcellona sarà ancora una volta titolarissimo in barba alla carta d’identità, tanto che la sua partenza per Vila-real farà infuriare l’allenatore Sánchez Flores. Al Sottomarino giallo potrà garantire costanza e rigore senza dover reclamare nulla, da sempre il suo metodo è testa bassa e lavorare, perché prima o poi l’impegno verrà ripagato. E ha trovato la piazza giusta: vedi i gettoni raccolti da Bonera e Rukavina ogni stagione nonostante l’età. Domani contro l’Alavés partirà dal primo minuto perché Rodri si è visto sventolare il quinto cartellino giallo della stagione e farà vedere di che pasta è fatto.

About Mihai C. Vidroiu 470 Articoli
Mi chiamo Mihai Vidroiu, ma per tutti sono semplicemente Michele, sono cresciuto a Roma, sponda giallorossa. Ho inoltre una passione smodata per il Villarreal, di cui credo di poter definirmi il maggior esperto in Italia. Ah, sono anche modesto a volte.

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